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La Mediazione Familiare: un supporto a genitori e figli nella separazione

MEDIAZIONE FAMILIARE E SISTEMA GIUDIZIARIO. Quale collaborazione possibile anche ai sensi della legge 54/2006

C'è una frase che probabilmente avete già sentito, ma voglio riprendere le fila del mio intervento proprio da quella perchè di fatto mi ha colpito tantissimo:

TUTTE LE FAMIGLIE FELICI SI ASSOMIGLIANO FRA LORO. OGNI FAMIGLIA INFELICE E' INFELICE A MODO SUO.

E' la frase con cui Tolstoj apre uno dei suoi più bei romanzi, Anna Karenina.Il suo contenuto, nella sua semplicità, è evidente. Quando ho letto la prima volta questa frase non avevo ancora intrapreso i miei studi sulla mediazione familiare mentre avevo appena intrapreso la mia carriera quale avvocato. Iniziavo di fatto a ricevere i primi clienti e, forte della mia inesperienza, evidenziavo come ognuno di loro avesse la capacità di raccontarmi “SEMPRE LA STESSA STORIA”.

Oggi, sono trascorsi 15 anni, avendo sempre più forte la consapevolezza di dover e poter fare ancora tanta esperienza, devo ammettere che quando un cliente si rivolge al mio studio “NON E' MAI LA STESSA STORIA” e che, per riprendere la frase di Tolstoj, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.

Apparentemente i fatti riportati possono essere del tutto simili, paradossalmente in diversi casi apparentemente identici, rimane il fatto che i protagonisti di ogni vicenda hanno un modo del tutto proprio di vivere la crisi che li coinvolge, di gestirla, di affrontarla o non affrontarla, di superarla o non superarla.

L'infelicità dipende anche da questo e se ogni famiglia è infelice a modo suo, ogni famiglia ha bisogno di una risposta specifica, diversa, finalizzata alla risoluzione di quel conflitto, in quella famiglia.

La separazione rappresenta un momento traumatico nella vita di una coppia. E ciò non solo per i coniugi, che dovranno affrontare e "rielaborare" la disgregazione del loro rapporto affettivo, ma anche per l'intera famiglia, costretta dall'evento a ridefinire la posizione ed i ruoli di ciascun membro e, quindi, a trovare un nuovo equilibrio.

In questo momento noi ci troviamo in una fase che possiamo definire di transizione. Proveniamo da un'esperienza ove sotto il profilo giuridico, la procedura per ottenere la separazione è basata sull'antagonismo delle parti in causa, ove affrontare la separazione significa rivolgersi ad un avvocato, presentare un ricorso nel quale, se congiunto, si prevedono delle condizioni frutto di meri compromessi, se giudiziale, vengono esposte pretese, al vaglio di un giudice al quale delegare tutte le proprie responsabilità, ivi compresa quella genitoriale.

Anche quando la pronuncia dell'Autorità Giudiziaria segna la fine della contesa legale e, quindi, definisce il nuovo assetto degli interessi patrimoniali ed affettivi, non è detto che ciò rispecchi una reale composizione del conflitto. Un riscontro può essere offerto, tra l'altro, sia dalle frequenti impugnazioni dei provvedimenti del giudice, sia dai procedimenti di revisione delle condizioni della separazione dovuti - almeno in gran parte dei casi - al permanere di reciproci sentimenti negativi. Tali risentimenti sono peraltro una delle ragioni dell'eccessivo protrarsi dei tempi di giudizio con notevoli ripercussioni sulla definitiva risoluzione delle questioni aperte dal problema "separazione".

La conseguenza sta nella insoddisfazione delle parti, a causa del fatto che in tutto questo processo vengono continuamente evidenziate posizioni di diritto e dove non trova spazio e tutela l'interesse sotteso dei componenti di quella famiglia.

Ho parlato di fase di transizione perchè l'argomento famiglia in crisi è in continua ebollizione, effervescenza. Grande è l'interesse dei tecnici che con le diverse competenze sono di supporto alle famiglie, grande è l'interesse delle famiglie che cominciano a volersi riappropriare delle proprie responsabilità, della propria autonomia senza delegare a terzi.

Ovviamente la strada è ancora lunga, ma ad oggi possiamo sicuramente affermare che l'esistenza di questa nuova figura professionale del mediatore familiare ed una maggiore sensibilità del legislatore sfociata inizialmente nella legge 154 del 2001 ed oggi nella legge 54/ del 2006, costituiscono i primi importanti passi per un cambiamento.

Per rimanere in teme di legge 54 del 2006, a parere mio, non esiste un vero affido condiviso senza un buon percorso di mediazione.

Sono infatti rari, rarissimi i casi in cui una coppia giunge ad una separazione in perfetto equilibrio, tanto da riuscire a sostenere correttamente il peso di scelte e decisioni che da quel momento in poi scandiranno o condizioneranno la loro vita. L'esperienza in genere vede una coppia piuttosto disorientata, un coniuge in una situazione più difficile rispetto ad un altro, una caduta di punti di riferimento, un emergere di paure per se stessi ed i figli, quindi una situazione dove l'equilibrio non fa da padrone.

Diventa facile a questo punto arroccarsi dietro posizioni, principi o pretese che vogliono essere tutelati solo per spirito di rivalsa nei confronti dell'altro, o per timori del tutto personali che dipendono esclusivamente dal ruolo di ognuno dei coniugi nella famiglia e da come entrambi riescono ad affrontare o gestire la separazione.

Spesso ognuno dei coniugi non ha la capacità di creare altri punti di vista né di guardare al problema che lo vede coinvolto sotto un'altra ottica.

Il risultato sarà che l'affido, secondo legge sarà pure condiviso, ma senza nessuna convinzione e senza nessuna elaborazione da parte della coppia. Di fatto i bambini continueranno a vivere semplicemente con la madre, il padre li vedrà secondo accordi o provvedimento, la casa coniugale seguirà i piccoli e sarà previsto un assegno di mantenimento, che a rigor di legge deve intendersi perequativo, ma che di fatto è un assegno di mantenimento puro e semplice...

Allora mi domando: dove è stato praticamente il cambiamento? Quale è lo spirito della legge?

O ci dovremmo arrendere all'affermazione fattami da un Giudice a pochi giorni dall'entrata in vigore della legge “avvocato scriva pure ciò che vuole, tanto la situazione non cambia”.

Mi appare evidente la carenza di informazione su questa nuova professionalità, su come può essere di ausilio alla coppia, alla famiglia affinchè ognuno comprenda in primis di avere delle alternative, in cosa consistono e quanto possano essere vantaggiose rispetto ad altre.

E' importante il cambiamento del punto di vista. Che la coppia cambi il proprio punto di vista per riuscire ad affrontare il problema in modo costruttivo e non distruttivo, che riesca ad emergere effettivamente quale è l'interesse di ognuno sul principio ferreo esistente in una logica di vincitore – perdente.

Ma a questo punto dove si inserisce il procedimento di mediazione?

E' un terreno in fermento sul quale si stanno scontrando illustri colleghi e la domanda alla quale si tende a rispondere innanzitutto è: “Quando si può parlare di mediazione endoprocessuale?”

Di fatto gli schieramenti sono due: coloro che sostengono che la mediazione non può che essere un'alternativa al processo giudiziale e pertanto può esistere ma solo fuori il processo stesso; e coloro che affermano che la mediazione può essere tecnicamente inserita nell'ambito di un giudizio in quanto già solo l'invio da parte del giudice la renderebbe endoprocessuale. Personalmente mi sento più vicina a questa seconda ipotesi.

La società va avanti ed anche molto velocemente. Sarebbe impossibile e peraltro non corretto rimanere cristallizzati negli schemi, che ritengo oggi obsoleti, che ci propone il ns. sistema.

Il processo dovrebbe essere uno strumento tramite il quale le parti trovino soluzione al loro conflitto non per forza mediante gli ingranaggi di un sistema accusatorio.

Lasciare spazio alla mediazione nell'ambito del processo, gestire i tempi del processo stesso per inserire un percorso di mediazione, prevedere un invio da parte del giudice, mettere a disposizione un servizio, prevedere il momento giusto in cui il percorso di mediazione nell'ambito del processo può iniziare sono le basi per rendere la mediazione veramente operativa nel sistema processuale.

La mediazione familiare, prima dell'intervento del Legislatore del 2006 e dell'introduzione dell'art. 155 sexies c.c. sopra richiamato, aveva già fatto la sua apparizione nell'ordinamento italiano con la L. n. 285/1997 che, all'art. 4.1, con il quale riconosceva i servizi di mediazione familiare e di consulenza per le famiglie e per i minori come servizi di sostegno e di superamento delle difficoltà relazionali e con la 1. n. 154/2001 in cui si prevedeva che il giudice potesse disporre l’intervento dei Servizi Sociali o di un centro di mediazione familiare.

Se, dunque, esistono norme che prevedono la mediazione familiare (senza contare le direttive, le convenzioni e le raccomandazioni europee che la incentivano) non esiste, per contro, alcuna legge in Italia che regolamenti il profilo professionale del mediatore familiare e che, soprattutto, disciplini la formazione del mediatore stabilendo competenze e aree di intervento, le caratteristiche dell’intervento ed i necessari profili deontologici.

Facendo infatti riferimento all'art. 155 sexies, occorre evidenziare come la mediazione familiare rappresenta un'opzione rimessa alle parti (volontarietà) da cui il Giudice deve ottenere il consenso a differenza degli originari progetti di legge ove si prevedeva la sua obbligatorietà.
A parte quanto sopra, e per come già genericamente sottolineato, l'art. 155 sexies c.c. è assolutamente scarno di indicazioni in merito alle modalità della mediazione familiare, non prevede, infatti, alcun controllo di professionalità dei mediatori, non esplicitando neppure se sia il Giudice a dover individuare l'esperto cui i coniugi dovranno rivolgersi o se siano i coniugi stessi a doverne scegliere uno di loro fiducia.

Di più ….. Nulla dice l'art. 155 sexies c.c. su tempi e modi della mediazione familiare anche in rapporto ai processi di separazione e divorzio nell'ambito dei quali si è inserita.
La mancanza di indicazioni è terreno fertile per il proliferare di molti dubbi: Tra quelli di carattere processuale vi è quello relativo all'individuazione del giudice concretamente chiamato ad invitare le parti ad un percorso di mediazione (il Presidente, il Giudice istruttore, il Collegio?). Ove, poi, il percorso di mediazione familiare si inserisca nell'ambito della fase presidenziale, non appare chiaro se il Presidente debba prima adottare i provvedimenti più urgenti e, successivamente, rimettere le parti davanti al mediatore. Ma potrebbe anche essere prevista una ulteriore soluzione e cioè l'invio in mediazione al momento della presentazione del ricorso o magari anche prima.

Ciò che si desume dalla lettera dell'art. 155 sexies è che la mediazione familiare abbraccia anche i profili più strettamente economici dell'accordo di separazione non rinvenendosi, infatti, alcuna limitazione dell'ambito d'intervento nelle intenzioni del legislatore.

A tal proposito personalmente penso che non ci sarebbe motivo perchè non sia così, peraltro sappiamo perfettamente che possiamo parlare di mediazione globale e di mediazione parziale proprio anche in riferimento agli aspetti economici ed alla volontà di volerli esaminare o meno durate il processo.

Altro punto fermo, indipendentemente dal fatto che ciò sia o meno trattato nel testo della legge è che il mediatore non deve e non può intendersi un ausiliario del Giudice alla stregua del CTU al quale non può essere paragonato.

A tal proposito, il giudice non dialoga con gli esperti al fine di monitorare il corso dei lavori ed non acquisisce, periodicamente, le relazioni dei mediatori.

Le operazioni degli esperti sono riservate.

Ciò di cui oggi ho voluto parlare chiaramente non può intendersi esaustivo. Troppo si potrebbe dire sulla mediazione nell'abito del processo, sulle garanzie che offre, su come potrebbe essere strutturata. Con questo intervento non si pretende certo di fornire soluzioni, ma sicuramente spunti sui qualli riflettere per poter essere noi stessi promotori di nuove riforme.

A questo punto, e per concludere, è d'obbligo evidenziare che, come già successo presso altri stati, qualunque sia il ns. programma di mediazione endoprocessuale verrà messo alla prova da risorse limitate di budget, personale e/o locali per gli uffici. Non dobbiamo scoraggiarci, ci sono validi professionisti, psicologi, assistenti sociali ecc. che sanno bene ciò di cui sto parlando perchè vivono con grandi difficoltà la realtà sociale della propria zona di competenza. D'altro canto, in realtà dove la mediazione familiare ha attecchito in ambito processuale si sono verificati problemi che sono stati affrontati in diversi modi alcuni più convincenti e meno discutibili di altri. Nel tentare di dare il ns. contributo facciamo in modo comunque di non snaturare la mediazione e di non violare i suoi principi.

Pertanto nelle ns. esperienze ricordiamo:

  • sì alla volontarietà di accesso alla mediazione;

  • sì a spazio e tempo da mettere a disposizione delle parti;

  • sì a un mediatore imparziale non CTU;

  • sì a lavorare sull'autonomia e sul recupero delle responsabilità genitoriali.

Di contro il legislatore prima, e noi come operatori nel settore dopo, dove evitiamo di rimanere intrappolati in prassi esistenti in alcune realtà ove, per esigenze oggettive ma esterne all'interesse delle parti, i mediatori vengono sollecitati a raggiungere accordi velocemente anche in un paio di sedute. Noi, ben sappiamo quanto questo possa andare a discapito di un corretto processo di mediazione i cui presupposti principali sono spazio, tempo e autonomia delle parti.

Non vogliamo soffermarci su realtà ed esperienze appartenenti ad altri stati, che si appoggiano su leggi e regolamenti diversi e che non possono conseguentemente essere importate in Italia sic et simpliciter.

Sicuramente l'Italia proviene da una propria esperienza, vive una propria realtà ed ha una propria identità culturale ed è su questo che deve essere costruito il corretto rapporto tra mediazione e ordinamento giuridico interno.

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